L'Ottocento e la piccola proprietà

Bisogna attendere l'Ottocento per assistere a mutamenti significativi.
Sotto lo Stato Sabaudo, i nobiliari e gli ecclesiastici persero via via le loro proprietà. Il clima di pace, l'egualitarismo illuminista portato da Napoleone e la crescita demografica fecero crescere nei contadini non solo il bisogno di nuove terre da coltivare, soddisfatto con grandi bonifiche e disboscamenti, ma anche il senso del diritto alla proprietà della terra, per cui lottarono intere generazioni.
La viticoltura, praticata da sempre, divenne ancora più importante: con dura fatica si impiantarono innumerevoli nuovi vigneti, capaci di dare un prodotto redditizio. La tradizionale azienda agricola monferrina, dovendo essenzialmente soddisfare il proprio bisogno interno, si dedicava alla policoltura: prati nel fondovalle più basso, cereali e medicali in rotazione nelle zone un po' più elevate, boschi sui versanti a nord e vigneti su quelli esposti al sole (talora inframmezzati da grano, o ortaggi e patate, o noci e alberi da frutta). Il poco prodotto in eccedenza serviva a pagare in natura un affitto o un debito contratto per acquistare la terra o il bestiame.
In questo contesto di autosufficienza si collocavano anche alcune colture specifiche: la canna comune, della quale venivano e vengono tuttora utilizzati i fusti come sostegno e le foglie opportunamente trattate per le legature; il salice per le legature; il gelso per l'allevamento del baco da seta, ora abbandonato; il noce per l'olio; e nell'Alto Monferrato il nocciolo.
Al diffondersi della piccola proprietà contadina corrispose quello delle cascine, isolate o in piccoli gruppi: nuovi insediamenti con i quali i contadini, spostandosi dai villaggi, si avvicinarono il più possibile alla terra da coltivare, e soprattutto avvicinarono alla terra i loro lenti buoi.